Consigli in Aria | Slavery Footprint – Made in a Free World

Slavery Footprint | Quanti schiavi lavorano per te?

Slavery Footprint | Quanti schiavi lavorano per te?

La schiavitù c’è, ma non si vede

Giunti ormai negli anni 10 di questo nuovo millennio, parlare schiavitù fa sorridere, ma non dovrebbe. Al solo nominarla, il pensiero corre ai campi di cotone dell’America sudista; ai bambini sfruttati per realizzare palloni e scarpe da ginnastica; ai diamanti di sangue, portati all’attenzione dell’opinione pubblica da un film del 2006 con protagonista Leonardo DiCaprio. Purtroppo la schiavitù non è un problema estinto e non si limita a questi episodi.

Esistono ancora almeno 27 milioni di schiavi al mondo e la scusa “Se il il traffico e la vendita di persone a fini di schiavitù esiste, di certo non ha nulla a che fare con me, che vivo in una società civile che ha abolito questa pratica ormai secoli fa” non funziona. Senza rendercene conto, molti dei beni di consumo che acquistiamo quotidianamente – generi alimentari, nuove tecnologie, abbigliamento e prodotti d’igiene personale – vengono realizzati sfruttando il lavoro degli schiavi moderni. Comprare da marchi conosciuti e famosi non ci protegge dal sostenere con i nostri stessi soldi questa pratica.

Risvegliare l’opinione pubblica, portare alla luce il problema e invitare le persone ad agire attivamente per ridurre il problema: ecco i motivi che hanno spinto Slavery Footprint, un’organizzazione californiana senza scopo di lucro che lotta contro la schiavitù, a creare un sito – slaveryfootprint.org – dove è possibile scoprire quanti schiavi lavorano per noi attraverso un test (al momento disponibile solo in lingua inglese). Le domande, volte ad indagare le nostre abitudini di consumo, sono disseminate di curiosità e dati statistici scioccanti (come quello che, ancora oggi, ci sono più bambini forzati alla raccolta del cotone in Uzbekistan di quanti ce ne siano nelle scuole pubbliche di tutta la città di New York).

La filosofia che muove Slavery Footprint non è certo quella dell’anticonsumismo, che porterebbe al risultato contrario e ad un innalzamento della schiavitù, ma quella di un consumismo consapevole, di un’aggregazione sociale che spinga i produttori al controllo sulla provenienza delle proprie materie prime. Proprio per tale motivo, la rete di Made in a Free World, questo il nome del progetto, non si ferma al sito web, che da solo farebbe già parlare di sé, ma è multi-piattaforma e altamente social. Un’applicazione mobile per smarthphone, pagine su Facebook e Twitter e un blog su Tumblr fanno in modo che i consumatori possano interagire e rimanere sempre aggiornati sui marchi con un punto di vista più etico sul lavoro.

Per scoprire quanti schiavi lavorano per voi potete visitare il sito: slaveryfootprint.org

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